Manuali di scrittura: “Viaggio nel bosco narrativo” di John Yorke

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John Yorke, Viaggio nel bosco narrativo (Roma, Dino Audino, 2017)

Dopo qualche settimana di pausa, riprendiamo con la rilettura dei manuali di scrittura creativa. Stavolta diamo uno sguardo a Viaggio nel bosco narrativo di John Yorke, pubblicato nel 2017 da Dino Audino. Dino Audino è lo stesso editore di L’arte della scrittura drammaturgica di Lajos Egri. Ne ho parlato qui.

Diversamente dai volumi delle scorse settimane (te li sei persi? Li trovi qui e qui), Viaggio nel bosco narrativo è una lettura recente: l’ho acquistato e letto per la prima volta l’anno scorso, sul treno che portava da Alghero a Sassari. Ricordo che il libro mi aveva fatto una buona impressione.

A distanza di un anno è cambiato qualcosa? Lo vediamo fra un attimo. Prima, una rapida occhiata all’indice (per questioni di praticità riporto solo i capitoli, niente paragrafi):

Introduzione (p. 7)
Capitolo primo – Che cos’è una storia (p. 15)
Capitolo secondo – La struttura in tre atti (p. 33)
Capitolo terzo – La struttura in cinque atti (p. 39)
Capitolo quarto – L’importanza del cambiamento (p. 51)
Capitolo quinto – Come si racconta una storia (p. 63)
Capitolo sesto – Frattali (p. 73)
Capitolo settimo – Atti (p. 75)
Capitolo ottavo – Incidente scatenante (p. 79)
Capitolo nono – Scene (p. 84)
Capitolo decimo – Ricapitoliamo (p. 89)
Capitolo undicesimo – Mostrare e raccontare (p. 97)
Capitolo dodicesimo – Personaggi e caratterizzazione (p. 105)
Capitolo tredicesimo – Il personaggio e il disegno strutturale (p. 112)
Capitolo quattordicesimo – Individuazione del personaggio (p. 115)
Capitolo quindicesimo – Dialogo e caratterizzazione (p. 121)
Capitolo sedicesimo – Esposizione (p. 123)
Capitolo diciassettesimo – Il sottinteso (p. 128)
Capitolo diciottesimo – Di nuovo a casa (p. 133)
Capitolo diciannovesimo – Perché? (p. 144)

Il buono, il brutto, il cattivo

Prima impressione positiva, dicevo. Come mai? Be’, per almeno tre ragioni.

Una è la posizione tutto sommato aperta dell’autore, che sottolinea l’importanza della struttura e delle regole, lasciando però un certo spazio alla sperimentazione. Niente diktat infrangibili, niente ricette infallibili. Si capisce fin da subito che a Yorke i guru della scrittura non piacciono molto.

Questo, comunque, non è un invito a fregartene dello studio. C’è poco da fare: non puoi sperimentare senza conoscere la teoria. Devi sapere come funzionano le storie, perché la maggior parte di esse condivide la medesima struttura, gli stessi meccanismi. Insomma, per dirla con Yorke:

Anche se state per infrangere le regole (e perché non farlo?) dove prima conoscerle a menadito.

Ho apprezzato il libro anche per il suo approccio “scientifico” all’argomento. Questa è una cosa che apprezzo sempre: tutte le forme di narrativa, da quella scritta a quella cinematografica, sono ramificazioni della realtà. In quanto tali, non possono essere trattate come se fossero qualcosa di separato dal resto dell’universo.

Certo, narrativa e realtà non sono la stessa cosa, funzionano in modi diversi. (Per sfortuna, a volte mi viene da pensare: il senso che la narrativa dà agli eventi della vita reale farebbe comodo anche a chi, nella vita reale, è costretto a viverci.) La prima, comunque, per quanto stilizzata resta una rappresentazione della seconda, e non il contrario. Pittura, scultura, musica, cucina: tutte le nostre forme d’espressione dipendono dalle leggi (fisiche, chimiche, biologiche ecc.) che regolano il nostro universo. Lo stesso vale per la scrittura di storie.

Mi è piaciuta molto (siamo sempre nel secondo motivo) la riflessione fatta da Yorke sul perché, migliaia di anni fa, si è affermata la struttura in cinque atti. (Cinque atti? Ma non sono tre, di solito? Fra non molto ci arriviamo.) Yorke ipotizza che la struttura a cinque atti si sia diffusa perché gli esseri umani del tempo, proprio come noi, avevano una scarsa attitudine a restare a lungo in piedi e una vescica dalle capacità limitate.

La conclusione ti sembra un po’ tirata per i capelli? A me non così tanto: ti è mai capitato al cinema di non vedere l’ora che arrivasse l’intervallo per correre in bagno?

L’aspetto più interessante del libro, comunque (e il motivo per cui dovresti leggerlo: sì, sto anticipando il giudizio finale), è la parte dedicata alla sovrapponibilità del modello in cinque atti a quello classico (che divide la storia in tre atti).

Non hai ben chiaro cosa sono gli atti o hai bisogno di una rinfrescata? Nessun problema, tanto prima di continuare avevo comunque intenzione di spendere qualche parola sul concetto.

Dunque. Come i vermi, le storie sono composte da segmenti. Questi segmenti sono gli atti. Ogni storia è fatta da pezzi e pezzettini, ma gli atti sono i pezzi più grandi. I vermi ti fanno schifo? Immagina allora la storia come un treno, in cui ogni vagone rappresenta un atto. Come i vagoni, gli atti sono agganciati fra di loro (da una cosa chiamata punto di svolta o, se vuoi fare il fenomeno, turning point).

Un’altra cosa. Gli atti sono divisioni temporali della storia, perché all’interno di ogni atto l’azione può svolgersi in più luoghi (non per forza, è chiaro). Occhio quindi a non pensare agli atti come a qualcosa di spaziale, che dipende dalla geografia della storia. L’atto è legato al concetto di tempo.

Ogni storia, di solito, ha tre atti. Il primo atto corrisponde all’inizio della storia, il secondo allo svolgimento, il terzo alla fine. Una bella fortuna! Di solito il secondo atto è il più lungo fra i tre, occupa circa metà della storia. Il primo e il terzo atto invece sono più piccoli, si spartiscono il restante 50% della storia.

Come? Dipende, di solito però il primo atto è leggermente più lungo del secondo. Il perché è semplice: nel primo atto devi occuparti del set-up, cioè presentare al lettore i personaggi e i luoghi in cui si svolgerà l’azione. Discorso diverso per il terzo atto, in cui di solito non c’è granché da spiegare.

Yorke però nel Viaggio parla di cinque atti. Si tratta di un nuovo modello, magari incompatibile col precedente?

No e no. La struttura in cinque atti non è nuova (a quanto pare la usava già il poeta Terenzio duemila e passa anni fa) e non sostituisce quella classica (anzi).

Le strutture in tre e cinque atti possono essere sovrapposte senza alcuna difficoltà. La struttura in cinque atti non è più lunga di quella in tre atti, è solo dotata di un maggior numero di divisioni, per fortuna (mia e tua) tutte situate nel secondo atto. In altre parole: il primo e l’ultimo atto di entrambi i modelli restano invariati, è l’atto centrale (quello che nel modello classico è il secondo atto) a essere spezzato in tre parti.

La struttura in cinque atti può tornarti davvero utile. Ti è mai capitato di sapere come inizia la storia e come finisce, ma di avere le idee poco chiare su ciò che succede nel mezzo? Non ti devi vergognare, è un problema abbastanza diffuso fra gli scrittori. Ricordo una chiacchierata fatta con un amico circa otto anni fa: aveva iniziato una web series su YouTube, ne conosceva già il finale, però aveva qualche difficoltà a immaginare la parte centrale.

Gli atti “extra” della struttura pentapartita possono aiutarti a risolvere il problema del secondo atto “sbracato” (come c’è scritto nel libro di Yorke) perché dividono lo sviluppo della storia in parti più piccole, più digeribili per la tua creatività. Non ti dimenticare però che i punti di svolta più importanti restano quello situato fra il primo e il secondo atto (è qui che il tuo protagonista comprende la vera entità della minaccia che deve affrontare) e quello situato fra il penultimo e l’ultimo atto (dove invece vive quella che molti chiamano “esperienza di morte”, sembra cioè perdere ciò che aveva di più caro, non necessariamente la vita).

Cosa non mi ha convinto del libro? Poche cose, nel complesso. La cosa che mi ha dato più fastidio, probabilmente, è l’elasticità con cui ha trattato alcuni concetti, come l’incidente scatenante e la chiamata all’azione. Viaggio nel bosco narrativo è un libro molto interessante, una miniera di informazioni, curiosità e aneddoti, ma per studiare la forma delle storie non è sufficiente.

La resa dei conti

Viaggio nel bosco narrativo di John Yorke: promosso o bocciato? Promosso! È un testo che consiglio, anche se da solo non basta. Per capire al meglio quello di cui parla dovresti accompagnarlo con diverse letture, L’arco di trasformazione del personaggio in primis. Trovi il libro nei principali negozi di libri online.

Conoscevi già Viaggio nel bosco narrativo di John Yorke? Che ne pensi? Dimmelo con un commento!

Manuali di scrittura: “Manuale di scrittura creativa” di Franco Gaudiano

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Franco Gaudiano, Manuale di scrittura creativa (Milano, Casa Editrice Nord, 1993)

Come Il dialogo di Lewis Turco, Manuale di scrittura creativa di Franco Gaudiano fa parte della collana “Scuola per scrittori”, pubblicata dalla Nord a inizio anni Novanta. Se non ricordo male qualche anno fa un mio amico scrittore, Giovanni Sechi, l’ha definito su Facebook come uno dei migliori manuali di scrittura creativa italiani.

Franco Gaudiano è scomparso il 20 settembre senza lasciare alcuna traccia. Un episodio simile era già successo nel 2012, quando Gaudiano era sparito per sei giorni nei boschi di Darfo Boario Terme.

Chiusa la parentesi sull’autore, passiamo al testo. Ah, a proposito: ho deciso di spostare l’indice del libro alla fine dell’articolo per rendere la lettura più scorrevole.

Il buono, il brutto, il cattivo

Rispetto al suo compagno di collana, Manuale di scrittura creativa chiacchiera di meno e dice di più: niente dialogo socratico questa volta, ma concetti esposti in maniera quasi sempre chiara e ordinata, come sarebbe meglio per questo tipo di prodotto. Non mancano aneddoti e riferimenti alla vita personale dell’autore, ma non danno fastidio: sono bene inseriti, rendono il testo meno freddo.

Quello di Gaudiano è un manuale generalista, che affronta un po’ tutti gli aspetti della narrazione. Trama, stile, personaggi, ambientazione, editing: non manca nessuno degli argomenti classici. Alla fine di ogni capitolo c’è una sezione, “Al lavoro!”, che propone al lettore piccoli esercizi con cui mettere in pratica i concetti trattati nelle pagine precedenti. A mio avviso la maggior parte di questi esercizi non ha una vera e propria utilità: il lettore può svolgerli, certo, ma l’autore del manuale non può controllarli. Come spunti di scrittura comunque possono andare bene perché possono dare nuove idee.

Il modo in cui Gaudiano tratta i vari argomenti lascia a desiderare. La situazione non è grave come nel Dialogo, ma il manuale soffre della stessa nebbiosità: anche in questo caso, il testo non è completamente focalizzato sulla scrittura (nel senso di narrativa scritta: romanzi e racconti), e di tanto in tanto sconfina il altri territori, come la poesia.

È un problema? Sì e no. I cenni alle altre forme di scrittura vanno bene, è sempre interessante capire cosa hanno in comune e cosa invece le rende uniche, ma rischia di confondere l’aspirante scrittore di storie. È quello che fa Gaudiano quando nella sezione dedicata all’editing usa L’infinito di Leopardi come esempio di revisione del testo. La maggior parte del manuale parla di narrativa in prosa: non sarebbe stato meglio usare quello spazio per concentrarsi su un testo narrativo? La motivazione che dà Gaudiano è di non voler ripetere i concetti già affrontati nel corso dal manuale, ma a me sembra un’occasione persa per scendere ancora più in profondità. Il lettore, più che mai chi si è da poco avvicinato allo studio della narrativa, ha bisogno di informazioni specifiche e indicazioni concrete, non della nebbia.

Anche le spiegazioni di Gaudiano non sono sempre precise. Quando parla del tema, per esempio. Il tema, in coppia con la premessa, è uno degli strumenti più importanti per il narratore perché lo aiuta a scegliere gli elementi da inserire nella propria storia e a riconoscere quelli da tenere fuori, dando coesione al romanzo o al racconto. Detto in altre parole, il tema è il vero argomento della storia, sul quale lo scrittore, attraverso gli eventi che mostra al lettore, afferma il proprio pensiero. Il tema non va confuso con la situazione descritta dalla storia, la storia “superficiale”. Ma Gaudiano lo fa.

Scrive Gaudiano:

I contenuti della narrativa riguardano, tradizionalmente, aspetti della condizione umana. Amore e morte, religione, giustizia, origini, sofferenza e aspirazione alla felicità sono tra le principali tematiche tratte dall’esperienza umana, che, prese nelle loro variegate sfaccettature, costituiscono da sempre spunti di riflessione intorno a cui sviluppare e scrivere una storia.

Segue come esempio un breve racconto di Dino Buzzati, I giorni perduti. Il succo della storia: un uomo d’affari scopre che un individuo misterioso gli ha rubato delle casse; l’uomo d’affari insegue la misteriosa figura e, dopo averla raggiunta, scopre che le casse contengono ciò che ha sacrificato o comunque trascurato nel nome del successo e della ricchezza (la fidanzata, fratello, il cane).

Gaudiano dice che il tema della storia è il furto, ma non sono d’accordo. Il furto c’è, nella storia si trova in una posizione centrale, ma è difficile considerarlo il vero argomento della storia. Il furto è legato semmai alla storia “superficiale”, la situazione che lo scrittore usa per discutere di qualcos’altro. Che cosa? Difficile dirlo con assoluta certezza, ma alla luce di quanto affermato nel racconto mi sembra probabile che il tema sia la ricerca della ricchezza: il protagonista è un uomo d’affari che ha inseguito la ricchezza a scapito dei suoi affetti; comprende l’errore solo quando è troppo tardi. Il furto delle casse contenenti i suoi “giorni perduti” è semplicemente l’espediente che Buzzati usa per parlare delle conseguenze negative della ricerca della ricchezza. La premessa della storia – ciò che Buzzati afferma attraverso la storia – potrebbe essere formulata nel seguente modo: la ricerca della ricchezza porta a perdere ciò che ha realmente valore nella vita. L’andamento della storia sembra confermarlo.

Un’altra considerazione che mi ha lasciato perplesso, perché ha il solo effetto di confondere le idee del lettore, è l’affermazione di Gaudiano che “le trame in un certo senso sono due”: il furto e ciò che il furto si rivela essere. D’accordo, Gaudiano ha specificato “in un certo senso”, ma questo tipo di ambiguità non aiuta gli aspiranti scrittori. La trama del racconto è una: il protagonista che scopre il furto, insegue il ladro ecc. La verità dietro il furto serve a mettere a fuoco il vero argomento della storia, ma non è una trama. Al massimo è un colpo di scena, un capovolgimento inaspettato che fa rivalutare al lettore la storia. Nell’insegnamento non ci dovrebbe essere spazio per l’ambiguità.

Proseguendo nella lettura mi sono imbattuto in un concetto interessante, che ho sempre ritenuto indispensabile ma che non sapevo fosse stato esplicitato: quello descritto dal poeta William Wordsworth con l’espressioneemotion recollected in tranquility. Il concetto può essere riassunto così: la migliore poesia deriva sì da un’emozione personale, vissuta, ma questa per essere tramutata in versi deve essere “ricordata” (nel senso di riportata alla mente) in un momento successivo, di calma. Dice Gaudiano:

Ci vuole un certo distacco emotivo per poter rivedere con chiarezza il proprio vissuto.

Sono d’accordo. La buona narrativa, come la poesia, trasmette emozioni, ma questa trasmissione è possibile solo grazie a un’attenta scelta dei dettagli. Nei momenti di tristezza (o di felicità) le sensazioni provate sono più autentiche che mai, ma per vederle con chiarezza è necessario un po’ di distacco. Sembra un paradosso ma non lo è: l’attenta selezione dei dettagli permessa dalla lucidità rende l’emozione sulla pagina più vera.

A inizio libro mi sono imbattuto in uno spunto simpatico: applicare le cinque W del giornalismo al racconto per assicurarsi che il tessuto narrativo della storia sia compatto.

Eccole qui:

  • Who. Chi è il protagonista della storia?
  • What. Qual è l’avvenimento portante della trama?
  • Where. Dove si svolge l’azione?
  • When. Quando si svolge l’azione?
  • Why. Perché (e per chi) si sta scrivendo il racconto?

Niente di particolarmente approfondito, si tratta giusto di una piccola lista di controllo (lo stesso Gaudiano le definisce “domande base” a cui rispondere prima di mettersi al lavoro su un racconto). Può tornare utile a chi non sa proprio come iniziare. Ci tengo comunque a sottolineare che il questionario è più utile nella narrativa breve (racconti) che in quella lunga (romanzi). Nella progettazione di un romanzo queste domande sono semplicemente il punto di partenza, a cui devono seguire i ragionamenti su atti, scene, punto di vista e tutto il resto.

Come promesso a inizio articolo, ecco l’indice del libro.

Indice

Introduzione (pag. 1)

Il corpo narrativo (pag. 4)
La retorica come strumento · Il tema dello scrittore · Show, don’t tell! · Il corpo narrativo come allegoria · Lettura di un racconto · Analisi di un testo letterario · Al lavoro!

L’incipit (pag. 14)
Coinvolgere subito il lettore · Creatività nella sintassi · Come sbloccare il blocco… · Un inizio di romanzo · Al lavoro!

La trama letteraria (pag. 23)
La trama come filo conduttore · Le cinque “W” · Dall’idea alla trama letteraria · Coerenza, ritmo e credibilità · Al lavoro!

Stile e contenuto (pag. 34)
Lo stile: ornamento o essenza? · Stile vs. contenuto · Due nemici del vostro stile · Tre esempi di narrativa in stile · Stessa scena, stili diversi · Filo diretto dall’autore al lettore · Al lavoro!

Il personaggio (pag. 45)
L’immaginario riconoscibile · Dall’eroe classico all’antieroe moderno · Tipi, stereotipi e persone · Caro lettore, ti presento… · Tosca · Al lavoro!

Il conflitto interno (pag. 58)
Un campo da gioco olimpionico · Questo è il dilemma · Io e Frank · Al lavoro!

Il dialogo (pag. 68)
Nero su bianco · Gioie e dolori del discorso diretto · Il verbo fatto carne · Manzoni e la sua “promessa sposa” · Altre funzioni del dialogo · Al lavoro!

Questioni di punti di vista (pag. 80)
Ri-imparare a vedere · La dialettica dell’esperienza umana · La fontana di Lorena · Un’esplosione di punti di vista · Al lavoro!

La voce narrante (pag. 90)
Narratore vs. autore · La scelta della voce narrante · L’io narrante come “filtro” · La terza persona immersa · La terza persona onnisciente · Al lavoro!

L’ambientazione (pag. 104)
Il rapporto ambiente-personaggi · Una casa, una donna · Immagini, metafore, o l’espressività dell’ambiente · Al lavoro!

La dimensione tempo in narrativa (pag. 112)
Presente, passato e futuro · Alla ricerca del tempo perduto · Il tempo che passa e il tempo che resta · Flashback e flashforward · I tempi verbali e la punteggiatura · Al lavoro!

Espedienti retorici vari (pag. 123)
Senza titolo · Il foreshadowing · La digressione · La personificazione · Al lavoro!

Dal climax al finale (pag. 135)
Climax e anticlimax · A che finale giochiamo? · L’ultima parola · Struttura circolare ne Il deserto dei tartari · Al lavoro!

L’editing (pag. 143)
A testa in giù · Aggiungere o togliere? · I punti cruciali dell’editing · L’infinito · Al lavoro!

Ispirazione letteraria e scrittura creativa (pag. 153)
Crearsi la propria nicchia · Fonti “interne” di ispirazione letteraria · Spunti “esterni” di ispirazione · Il workshop letterario · Al lavoro!

Guida bibliografica per ulteriori approfondimenti (pag. 163)

Indice dei nomi (pag. 168)

La resa dei conti

Manuale di scrittura creativa di Franco Gaudiano: promosso o bocciato? Bocciato. È un testo che si legge con piacere, ma è anche vago e impreciso. Non mi sento di consigliarlo. Il libro è attualmente fuori commercio, ma chi lo vuole leggere può trovarlo usato su eBay.

Il prossimo libro di cui parlerò sarà Viaggio nel bosco narrativo di John Yorke, anche se forse prima uscirà un articolo di tipo diverso.

Conoscevi già Manuale di scrittura creativa di Franco Gaudiano? Che ne pensi? Dimmelo con un commento!

Manuali di scrittura: “Il dialogo” di Lewis Turco

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Non tutti i manuali di scrittura creativa meritano di essere acquistati. Quali conviene comprare? Quando è meglio risparmiare?

Ci sono tanti modi per avvicinarsi al mondo della scrittura creativa. Io, anni fa, ho iniziato acquistando e leggendo sistematicamente tutti i manuali di scrittura che mi capitavano sott’occhio. No, “sistematicamente” è la parola sbagliata: li ho letti indiscriminatamente, senza alcun criterio o base per distinguere le informazioni corrette da quelle sbagliate. Questo mi ha confuso, e non poco: perché quel manuale affermava una cosa su un certo argomento, mentre quell’altro sosteneva il contrario? Perché gli autori dei testi che leggevo usavano termini diversi per riferirsi a quello che a me pareva lo stesso concetto?

Con lo studio, l’esperienza e il confronto con persone più preparate di me la nebbia ha iniziato a diradarsi, permettendomi di avere una visione più chiara degli ingranaggi che stanno dentro le storie. Oggi ho deciso di rileggere alcuni di questi testi alla luce di quanto ho appreso in questi anni e di scrivere un post per ciascuno di essi. La mia speranza è che questi articoli possano aiutare chi è indeciso se acquistarli o meno, ma anche chi, come me anni fa, non riusciva a orientarsi nella selva dei manuali di scrittura creativa.

Per come la vedo io, “Bestiario” è più una rassegna che una serie di recensioni, un’occasione per rinfrescarmi la memoria e magari scoprire uno o due concetti interessanti che mi erano sfuggiti durante la prima lettura. Nonostante questo, alla fine di ogni articolo condividerò il mio giudizio per aiutare chi non è sicuro di volere acquistare il libro.

Iniziamo con Il dialogo di Lewis Turco.


Lewis Turco, Il dialogo (Milano, Casa Editrice Nord, 1992)

Il dialogo di Lewis Turco fa parte di “Scuola per scrittori”, collana dedicata alla scrittura creativa stampata dalla Nord a inizio anni Novanta. L’aspetto interessante della collana è la sua apparente completezza: dieci volumi, ciascuno dedicato a un aspetto in particolare della scrittura creativa (il dialogo, il personaggio, la trama e così via). Anni fa ho acquistato la collana in blocco e letto tutti i manuali uno dietro l’altro.

Prima di iniziare, diamo un’occhiata all’indice del libro:

Introduzione (pag. 1)

Capitolo primo: Definizioni (pag. 5)
Dialogo · Forme di dialogo 1: monologo e soliloquio · Struttura e punteggiatura 1 · Tipi di personaggi narrativi: persone · Uso del corsivo · Sceneggiature · Forme di dialogo 2: “a parte” · Narrazione 1: esposizione · Punto di vista 1: soggettivo/oggettivo/drammatico · Espressione 1: termini particolari · Forme di dialogo 3: un esempio di monologo

Capitolo secondo: Il dialogo della narrativa (pag. 16)
Chi parla? L’intrusione dell’autore · In medias res · Ritmo · Struttura e punteggiatura 2 · Non conversazione 1: dialogo e riassunto · Narrazione 2: narrazione cornice · Espressione 2: caratterizzazione · Identificazione · Caratterizzazione per nomenclatura · Tema e soggetto · Trama e atmosfera · Punto di vista 2: orientamento, persona, angolo, approccio · Revisione · Dialogo e azione · Punto di vista 3: soggettivo, oggettivo, drammatico · Punto di vista 4: aspetti della narrazione · Anticipazione · Dialogo e morale

Capitolo terzo: Espressione (pag. 44)
Sintassi 1: costruzione soggettiva · Sintassi 2: costruzione oggettiva · Sintassi 3: costruzione drammatica · Tono e stile 1: alto, medio, basso

Capitolo quarto: Le forme del dialogo (pag. 52)
Tono e stile 2 · Dialogo 1: comune · Dialogo 2: riveduto e corretto · Non conversazione 2: esposizione · Tono e stile 3: verosomiglianza · Tono e stile 4: realismo · Tono e stile 5: minimalismo · Tono e stile 6: dialogo teatrale · Tono e stile 7: flusso di coscienza · Forme di dialogo 4: monologo interiore · Struttura e punteggiatura 3 · Tono e stile 8: surrealismo · Convenzioni letterarie · Romanzare · Non conversazione 3: il silenzio nel dialogo · Trascrizione e adattamento

Capitolo quinto: Il dialogo e i generi (pag. 80)
Fantasy e fantascienza · Romanzi per ragazzi · Ripetizione · Romanzi rosa · Romanzi d’azione · Ritmo · Riassunto · Diversificazione · Discrezione · Dialogo riferito · Tensione drammatica

Il buono, il brutto, il cattivo

Il dialogo è un libro strano. Mi viene difficile considerarlo un vero e proprio manuale, perché rispetto alla maggioranza dei testi di scrittura creativa che mi è capitato di leggere non usa uno stile espositivo, ma mette in scena una conversazione tra due personaggi.

L’espediente usato da Turco si chiama dialogo socratico, ed è una tecnica d’insegnamento inventata da Platone più di 2400 anni fa. Nel Dialogo l’autore conversa con Fred Foyle, personaggio di fantasia creato ad hoc per esplorare l’argomento che dà il titolo al manuale. L’idea alla base del libro è divertente e rende la lettura leggera, ma ha anche dei limiti, che diventano evidenti nel giro di qualche pagina.

Uno è sicuramente lo spreco di spazio, ovvero di parole. Il dialogo è un libretto di nemmeno cento pagine: possono sembrare tante, dato che in apparenza l’argomento è uno solo, ma non è così perché una parte significativa delle parole vengono usate per descrivere l’ambientazione, le reazioni di Fred e così via. Non ci troviamo di fronte a un vero e proprio racconto – tutta la componente narrativa per fortuna è ridotta all’osso –, ma è comunque spazio che potrebbe essere impiegato per approfondire i concetti di teoria.

Un altro aspetto del manuale, non necessariamente negativo ma importante da segnalare per chi si aspetta un manuale di scrittura creativa “puro”, è che parte delle riflessioni dell’autore sono dedicate al teatro. Già nelle prime pagine, infatti, si parla di monologhi, soliloqui, a parte e simili. Le digressioni teatrali sono interessanti – soprattutto quelle dedicate alla volontaria sospensione di incredulità e alle tre unità aristoteliche, concetti importantissimi anche per chi si occupa di narrativa scritta –, ma, di nuovo, tolgono spazio alla trattazione del dialogo.

Il saltare da un argomento all’altro può confondere chi si avvicina per la prima volta allo studio della scrittura creativa. Non aiuta la tendenza di Lewis Turco a complicare inutilmente le cose: il caso peggiore è senza dubbio il discorso sul punto di vista, che viene scomposto in quattro elementi costitutivi, i quali potrebbero combinarsi in vari modi tra di loro: l’orientamento, la persona, l’angolazione e l’approccio. Il punto di vista è un argomento spesso poco compreso, e la classificazione usata da Turco rischia di confondere l’aspirante scrittore.

Durante la lettura ho riscontrato un altro problema, forse dovuto in parte alla traduzione (ho letto il testo in italiano): la gestione incostante dei termini e delle espressioni che vengono utilizzati per riferirsi ai vari concetti tecnici. L’espressione “punto di vista”, per esempio, all’inizio viene usata per indicare il filtro attraverso cui il lettore vive la storia; dopo, però, Turco usa la stessa espressione per parlare del punto di vista dell’autore (le sue idee e opinioni personali). Se si legge con attenzione si capisce che l’autore e/o la traduttrice stanno usando le stesse parole per indicare concetti diversi, ma ciò non toglie che sia una cosa inutile e fastidiosa.

Il problema più grande del manuale, comunque, resta la pressoché totale mancanza di indicazioni pratiche. Ci sono degli estratti che dovrebbero fungere da esempi, ma non vengono esaminati a fondo, non in una maniera utile all’aspirante scrittore. Riporto un consiglio dotato di una certa utilità:

[…] i personaggi non dovrebbero fare prediche, lunghi discorsi o altre cose del genere. […] Dovrebbero evitare lunghe chiacchierate su argomenti noiosi e banali. In alcune occasioni i personaggi non dovrebbero rivolgersi direttamente all’interlocutore, ma rispondere indirettamente o far finta di nulla, continuando a parlare delle proprie preoccupazioni e via dicendo.

Un’indicazione di massima, ma corretta. Turco ha ragione: i dialoghi piatti, privi di conflitto, non sono un granché. I dialoghi più interessanti sono quelli dotati di sottotesto, quelli cioè in cui succede qualcosa sotto la “superficie” della conversazione. Nei dialoghi, inoltre, non c’è spazio per le digressioni: se ci sono, dovrebbero essere digressioni solo in apparenza, contribuendo al senso della storia.

Oltre al dialogo, nel manuale vengono affrontati altri temi legati alla scrittura creativa: personaggi, conflitto, caratterizzazione e così via. Ci sta – in una storia ideale tutti gli elementi sono strettamente connessi, plasmandosi l’un l’altro –, ma non ho potuto fare a meno di avere la sensazione che questi excursus abbiano rubato spazio all’argomento principale.

La resa dei conti

Il dialogo di Lewis Turco: promosso o bocciato? Bocciato. Il manuale contiene alcuni spunti interessanti, ma tratta l’argomento principale in maniera superficiale e confusa (per non parlare degli argomenti secondari). Se nonostante tutto volete leggerlo (non fatelo!), lo potete trovare in posti come Amazon e eBay.

Il prossimo libro di cui parlerò sarà Manuale di scrittura creativa di Franco Gaudiano.

Conoscevi già Il dialogo di Lewis Turco? Che ne pensi? Dimmelo con un commento!