Manuali di scrittura: “Viaggio nel bosco narrativo” di John Yorke

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John Yorke, Viaggio nel bosco narrativo (Roma, Dino Audino, 2017)

Dopo qualche settimana di pausa, riprendiamo con la rilettura dei manuali di scrittura creativa. Stavolta diamo uno sguardo a Viaggio nel bosco narrativo di John Yorke, pubblicato nel 2017 da Dino Audino. Dino Audino è lo stesso editore di L’arte della scrittura drammaturgica di Lajos Egri. Ne ho parlato qui.

Diversamente dai volumi delle scorse settimane (te li sei persi? Li trovi qui e qui), Viaggio nel bosco narrativo è una lettura recente: l’ho acquistato e letto per la prima volta l’anno scorso, sul treno che portava da Alghero a Sassari. Ricordo che il libro mi aveva fatto una buona impressione.

A distanza di un anno è cambiato qualcosa? Lo vediamo fra un attimo. Prima, una rapida occhiata all’indice (per questioni di praticità riporto solo i capitoli, niente paragrafi):

Introduzione (p. 7)
Capitolo primo – Che cos’è una storia (p. 15)
Capitolo secondo – La struttura in tre atti (p. 33)
Capitolo terzo – La struttura in cinque atti (p. 39)
Capitolo quarto – L’importanza del cambiamento (p. 51)
Capitolo quinto – Come si racconta una storia (p. 63)
Capitolo sesto – Frattali (p. 73)
Capitolo settimo – Atti (p. 75)
Capitolo ottavo – Incidente scatenante (p. 79)
Capitolo nono – Scene (p. 84)
Capitolo decimo – Ricapitoliamo (p. 89)
Capitolo undicesimo – Mostrare e raccontare (p. 97)
Capitolo dodicesimo – Personaggi e caratterizzazione (p. 105)
Capitolo tredicesimo – Il personaggio e il disegno strutturale (p. 112)
Capitolo quattordicesimo – Individuazione del personaggio (p. 115)
Capitolo quindicesimo – Dialogo e caratterizzazione (p. 121)
Capitolo sedicesimo – Esposizione (p. 123)
Capitolo diciassettesimo – Il sottinteso (p. 128)
Capitolo diciottesimo – Di nuovo a casa (p. 133)
Capitolo diciannovesimo – Perché? (p. 144)

Il buono, il brutto, il cattivo

Prima impressione positiva, dicevo. Come mai? Be’, per almeno tre ragioni.

Una è la posizione tutto sommato aperta dell’autore, che sottolinea l’importanza della struttura e delle regole, lasciando però un certo spazio alla sperimentazione. Niente diktat infrangibili, niente ricette infallibili. Si capisce fin da subito che a Yorke i guru della scrittura non piacciono molto.

Questo, comunque, non è un invito a fregartene dello studio. C’è poco da fare: non puoi sperimentare senza conoscere la teoria. Devi sapere come funzionano le storie, perché la maggior parte di esse condivide la medesima struttura, gli stessi meccanismi. Insomma, per dirla con Yorke:

Anche se state per infrangere le regole (e perché non farlo?) dove prima conoscerle a menadito.

Ho apprezzato il libro anche per il suo approccio “scientifico” all’argomento. Questa è una cosa che apprezzo sempre: tutte le forme di narrativa, da quella scritta a quella cinematografica, sono ramificazioni della realtà. In quanto tali, non possono essere trattate come se fossero qualcosa di separato dal resto dell’universo.

Certo, narrativa e realtà non sono la stessa cosa, funzionano in modi diversi. (Per sfortuna, a volte mi viene da pensare: il senso che la narrativa dà agli eventi della vita reale farebbe comodo anche a chi, nella vita reale, è costretto a viverci.) La prima, comunque, per quanto stilizzata resta una rappresentazione della seconda, e non il contrario. Pittura, scultura, musica, cucina: tutte le nostre forme d’espressione dipendono dalle leggi (fisiche, chimiche, biologiche ecc.) che regolano il nostro universo. Lo stesso vale per la scrittura di storie.

Mi è piaciuta molto (siamo sempre nel secondo motivo) la riflessione fatta da Yorke sul perché, migliaia di anni fa, si è affermata la struttura in cinque atti. (Cinque atti? Ma non sono tre, di solito? Fra non molto ci arriviamo.) Yorke ipotizza che la struttura a cinque atti si sia diffusa perché gli esseri umani del tempo, proprio come noi, avevano una scarsa attitudine a restare a lungo in piedi e una vescica dalle capacità limitate.

La conclusione ti sembra un po’ tirata per i capelli? A me non così tanto: ti è mai capitato al cinema di non vedere l’ora che arrivasse l’intervallo per correre in bagno?

L’aspetto più interessante del libro, comunque (e il motivo per cui dovresti leggerlo: sì, sto anticipando il giudizio finale), è la parte dedicata alla sovrapponibilità del modello in cinque atti a quello classico (che divide la storia in tre atti).

Non hai ben chiaro cosa sono gli atti o hai bisogno di una rinfrescata? Nessun problema, tanto prima di continuare avevo comunque intenzione di spendere qualche parola sul concetto.

Dunque. Come i vermi, le storie sono composte da segmenti. Questi segmenti sono gli atti. Ogni storia è fatta da pezzi e pezzettini, ma gli atti sono i pezzi più grandi. I vermi ti fanno schifo? Immagina allora la storia come un treno, in cui ogni vagone rappresenta un atto. Come i vagoni, gli atti sono agganciati fra di loro (da una cosa chiamata punto di svolta o, se vuoi fare il fenomeno, turning point).

Un’altra cosa. Gli atti sono divisioni temporali della storia, perché all’interno di ogni atto l’azione può svolgersi in più luoghi (non per forza, è chiaro). Occhio quindi a non pensare agli atti come a qualcosa di spaziale, che dipende dalla geografia della storia. L’atto è legato al concetto di tempo.

Ogni storia, di solito, ha tre atti. Il primo atto corrisponde all’inizio della storia, il secondo allo svolgimento, il terzo alla fine. Una bella fortuna! Di solito il secondo atto è il più lungo fra i tre, occupa circa metà della storia. Il primo e il terzo atto invece sono più piccoli, si spartiscono il restante 50% della storia.

Come? Dipende, di solito però il primo atto è leggermente più lungo del secondo. Il perché è semplice: nel primo atto devi occuparti del set-up, cioè presentare al lettore i personaggi e i luoghi in cui si svolgerà l’azione. Discorso diverso per il terzo atto, in cui di solito non c’è granché da spiegare.

Yorke però nel Viaggio parla di cinque atti. Si tratta di un nuovo modello, magari incompatibile col precedente?

No e no. La struttura in cinque atti non è nuova (a quanto pare la usava già il poeta Terenzio duemila e passa anni fa) e non sostituisce quella classica (anzi).

Le strutture in tre e cinque atti possono essere sovrapposte senza alcuna difficoltà. La struttura in cinque atti non è più lunga di quella in tre atti, è solo dotata di un maggior numero di divisioni, per fortuna (mia e tua) tutte situate nel secondo atto. In altre parole: il primo e l’ultimo atto di entrambi i modelli restano invariati, è l’atto centrale (quello che nel modello classico è il secondo atto) a essere spezzato in tre parti.

La struttura in cinque atti può tornarti davvero utile. Ti è mai capitato di sapere come inizia la storia e come finisce, ma di avere le idee poco chiare su ciò che succede nel mezzo? Non ti devi vergognare, è un problema abbastanza diffuso fra gli scrittori. Ricordo una chiacchierata fatta con un amico circa otto anni fa: aveva iniziato una web series su YouTube, ne conosceva già il finale, però aveva qualche difficoltà a immaginare la parte centrale.

Gli atti “extra” della struttura pentapartita possono aiutarti a risolvere il problema del secondo atto “sbracato” (come c’è scritto nel libro di Yorke) perché dividono lo sviluppo della storia in parti più piccole, più digeribili per la tua creatività. Non ti dimenticare però che i punti di svolta più importanti restano quello situato fra il primo e il secondo atto (è qui che il tuo protagonista comprende la vera entità della minaccia che deve affrontare) e quello situato fra il penultimo e l’ultimo atto (dove invece vive quella che molti chiamano “esperienza di morte”, sembra cioè perdere ciò che aveva di più caro, non necessariamente la vita).

Cosa non mi ha convinto del libro? Poche cose, nel complesso. La cosa che mi ha dato più fastidio, probabilmente, è l’elasticità con cui ha trattato alcuni concetti, come l’incidente scatenante e la chiamata all’azione. Viaggio nel bosco narrativo è un libro molto interessante, una miniera di informazioni, curiosità e aneddoti, ma per studiare la forma delle storie non è sufficiente.

La resa dei conti

Viaggio nel bosco narrativo di John Yorke: promosso o bocciato? Promosso! È un testo che consiglio, anche se da solo non basta. Per capire al meglio quello di cui parla dovresti accompagnarlo con diverse letture, L’arco di trasformazione del personaggio in primis. Trovi il libro nei principali negozi di libri online.

Conoscevi già Viaggio nel bosco narrativo di John Yorke? Che ne pensi? Dimmelo con un commento!

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