Gli intrighi di Taigam (prima parte)

Cosa si può imparare dai racconti del gioco di carte più famoso al mondo?

Magic: The Gathering, il primo fra i giochi di carte collezionabili al mondo. L’ho scoperto a otto anni, ed è subito stato amore. Le carte non mi interessano, quello che mi ha sempre affascinato è l’ambientazione del gioco, il Multiverso: una sconfinata distesa di mondi in cui si avventurano i viandanti dimensionali (in inglese planeswalkers), potenti maghi capaci di attraversare il vuoto che separa le dimensioni.

Cosa c’entra Magic con l’editing? Semplice: ha una storia, che in quanto tale può essere analizzata. Il Multiverso è una cornice narrativa vastissima, che nel corso di venticinque anni e con svariati mezzi (romanzi, antologie, fumetti, videogiochi) ha ospitato centinaia di storie. Dal 2012 la maggior parte delle vicende che si svolgono nel mondo del gioco vengono rese note agli appassionati grazie a racconti più o meno lunghi, pubblicati settimanalmente nella rubrica “Magic Story”.

“Magic: The Editing” nasce per analizzare questi racconti e vedere cosa è possibile imparare dagli errori degli autori, indipendentemente dalle condizioni non sempre favorevoli in cui questi hanno dovuto lavorare. Ogni tanto parlerò anche delle scelte dei traduttori italiani.

Un avviso. Nell’analisi delle storie terrò d’occhio la coerenza interna del testo ma, sia perché non sono un esperto dell’argomento, sia perché ai fini dell’editing non ha tutta questa rilevanza, non darò quasi mai peso alla continuity generale del gioco (per quella vi consiglio il blog “Multiverse in Review” curato dal mio amico Berend).

Iniziamo con Gli intrighi di Taigam di Matt Knicl.


Uno dei primi racconti dedicati al mondo orientaleggiante di Tarkir, Gli intrighi di Taigam è stato scritto da Matt Knicl e pubblicato il 1 ottobre 2014. È una storia breve, sulle duemila parole, che si legge alla svelta. Per leggerlo in italiano, clicca qui. Se vuoi dare un’occhiata alla versione in lingua originale – io ogni tanto lo farò – clicca qui.

Prima di iniziare, ti racconto la storia a grandi linee: un personaggio di nome Taigam si ferma con la propria barca nei pressi di un villaggio di contadini e pescatori per riscuotere i tributi in nome di Sidisi, la khan (sovrana) del clan dei Sultai. Dopo una conversazione con un anziano del villaggio, Taigam viene attaccato a sorpresa da un gruppo di monaci guerrieri appartenenti a un altro clan, i Jeskai. Taigam riesce a sopravvivere all’attentato anche grazie all’intervento del rakshasa (demone) Ebirri, a cui deve la propria posizione e il proprio prestigio all’interno del clan dei Sultai.

Bene, iniziamo.

L’uomo di nome Taigam è conosciuto come la Mano di Sidisi, il ministro personale del khan dei Sultai. Taigam non è stato sempre un Sultai e i suoi vecchi compagni di clan non lo hanno dimenticato.

Il racconto vero e proprio è anticipato da un piccolo paratesto, che fornisce al lettore le coordinate principali della storia. Non è il massimo come partenza ma ci sta, non dobbiamo dimenticare che fra le mani non abbiamo un libro ma un racconto pubblicato sul sito di un gioco di carte. Consideriamo il riassunto introduttivo come una specie di sinossi o di quarta di copertina.

L’uomo di nome Taigam è conosciuto come la Mano di Sidisi, il ministro personale del khan dei Sultai. Taigam non è stato sempre […]

Sì. Per un qualche motivo chi ha caricato l’articolo sul sito non si è accorto che ci sono due paragrafi uguali. Ci sta, può succedere, anche se i lettori più esigenti potrebbero già iniziare a storcere il naso: la storia non è nemmeno partita, per quanto “stupido” c’è già un errore bello evidente…

Sii come i corvi. Sii paranoico. Controlla e ricontrolla tutto. Se poi ti sfugge qualcosa amen, non è la fine del mondo: tutti facciamo errori e i testi “perfetti” (nota le virgolette) sono davvero pochi. Tu comunque sforzati, e se hai il dubbio di non farcela affidati a qualcuno che se ne occupi al posto tuo.

Se volete scoprire di più sui Sultai, date un’occhiata alla Guida per i Planeswalkers.

Amo le guide ai piani (mondi) di Magic! Sono piene di illustrazioni e dettagli meravigliosi. I libri della serie “The Art of”, poi, sono uno più bello dell’altro. Se sei un appassionato o un’appassionata di illustrazioni a tema fantastico e worldbuilding te li consiglio caldamente. Parti col libro dedicato al mondo di Dominaria e quello sottotitolato Concepts & Legends, se non sai bene dove iniziare.

Finita l’introduzione, passiamo al racconto vero e proprio.

Il fiume Marang scorreva nel territorio dei Sultai, nel profondo della giungla e intorno a molti dei loro più prestigiosi palazzi. Lungo il fiume, lontano da queste dimore, si trovavano altri insediamenti meno sfarzosi: le case dei contadini e dei pescatori, costruite su palafitte e piattaforme in legno.

Bene ma non benissimo. Il brano in apparenza è innocuo, presenta lo scenario in cui si svolgerà la storia, ma ha diversi problemi. Te ne segnalo un paio.

Il primo: è generico. “Prestigiosi palazzi” significa tutto e niente, come “altri insediamenti meno sfarzosi”: che vuol dire? Il mio occhio della mente non riesce a vedere niente, solo qualche macchia sfocata. Se non altro l’autore specifica che questi “insediamenti” sono «case […] costruite su palafitte e piattaforme di legno».

Qui però c’è un sottoproblema, legato alla traduzione. Sì, traduzione ed editing sono cose diverse, ma penso che la digressione che sto per farti sia importante per riflettere sulla necessità di scegliere la parola giusta, sempre.

Dunque: nella versione originale del racconto c’è scritto che le case sono “built on raised wooden stilts and platforms”, costruite cioè su pali e piattaforme sopraelevate. Per un qualche motivo il traduttore ha preferito tradurre stilts in “palafitte”, ma cosa sono le palafitte se non costruzioni sostenute da pali? Questo è quello che dice la Treccani:

In etnologia, l’abitato di capanne sorgenti su un tavolato orizzontale sostenuto da pali infissi verticalmente sia sul fondo di un lago o di una palude, sia su una loro sponda, […]

Eccetera eccetera. In pratica è come scrivere che le case dei contadini e dei pescatori sono costruite su pali, piattaforme e piattaforme. Non suona molto bene, è ridondante.

Avendo avuto la possibilità di dare uno sguardo a questo testo prima della pubblicazione, avrei sicuramente segnalato il problema al traduttore. La soluzione che gli avrei proposto? Non lo so di preciso, non sono un traduttore, ma immagino qualcosa di più elegante, tipo “le palafitte dei contadini e dei pescatori”.

Vediamo il secondo problema: l’assenza del personaggio che funge da punto di vista. Dov’è? Per il momento non c’è, sembra che l’autore si stia rivolgendo direttamente a noi. Sembra una cosa di poco conto, una sciocchezza, ma non è così.

Proseguiamo con la lettura e vediamo se il personaggio-punto di vista spunta fuori.

Sebbene la giungla palustre fosse inospitale per molti, alcuni scoprirono il modo di guadagnarsi qualcosa da vivere, ma solo abbastanza per tirare a campare.

C’è nessuno? No, per il momento non c’è nessuno. C’è solo una voce priva di corpo che ci racconta qualcosa sul luogo in cui si svolgerà la storia. Come dicevo prima, bene ma non benissimo: se fossimo tutti riuniti intorno a un fuoco con Matt Knicl non mi punterei troppo, ma qui stiamo parlando di narrativa scritta. L’efficacia di racconti e romanzi si basa su meccanismi che è meglio non ignorare.

Uno di questi meccanismi è, appunto, il personaggio-punto di vista. Che cos’è? Te lo dico subito: l’avatar attraverso il quale tu vivi la storia mentre la stai leggendo. Sì, esatto, “avatar” come il corpo usato dal protagonista del film di James Cameron per sopravvivere nell’ambiente ostile di Pandora. (No, non è una mia invenzione: ho costruito la similitudine a partire da un discorso di John Yorke. Non fidarti di chi ti dice di aver inventato questo o quello: di solito gli editor non inventano un bel niente.)

Il personaggio-punto di vista, di solito, è anche il protagonista della storia. Banale, vero? Be’, non proprio. In (quasi) tutte le storie c’è un protagonista in cui di solito noi ci immedesimiamo, ma spesso non è un autentico punto di vista, perché l’autore non sfrutta al massimo le sue potenzialità e magari si introduce perfino nella storia, inquinando i sensi e i pensieri del personaggio con i suoi commenti.

Anche questa sembra una cosa banale, ma non lo è. I modi in cui la tua personalità può filtrare nella storia sono molti, alcuni difficili da individuare: che tu scriva o stia revisionando devi sempre fare molta attenzione.

Riassumendo: manca un personaggio con cui il lettore possa stabilire la connessione mentale indispensabile per vivere e godere della storia fino in fondo. Non va bene.

I loro stomaci erano vuoti come le loro tasche e la piccola cittadina di Kishla era sempre in debito nei confronti dei Sultai. Non si ricordavano se la causa fossero le tasse o una vera e propria estorsione; ciò che sapevano era che la Mano di Sidisi si recava da loro per raccogliere le poche ricchezze che avevano.

“I loro stomaci erano vuoti come le loro tasche” mi piace, comunica in maniera chiara che gli abitanti di Kishla soffrono sia la fame che la povertà, ma è una frase che fluttua nel vuoto. Da chi viene questa considerazione? Chi osserva il fiume e le catapecchie? Non si sa.

In questo passaggio viene anche introdotto Taigam (“la Mano di Sidisi”), che, come vedremo nella seconda parte, è anche il protagonista della storia. Tuttavia, anziché concentrarsi su di lui, entrare nella sua testa, l’autore continua semplicemente a imboccare il lettore, fornendogli altre informazioni non “filtrate” dall’individualità di nessun personaggio:

Le autorità di queste cittadine erano formate da piccoli gruppi di uomini e donne che venivano semplicemente obbligati a radunarsi per le interazioni con i Sultai.

Da lore junkie quale sono mi fa sempre piacere scoprire nuove cose sull’ambientazione del racconto o del romanzo che ho fra le mani, per questo spesso sono disposto a chiudere un occhio anche se la tecnica lascia a desiderare. Esistono però modi migliori per trasmettere il worldbuilding al tuo lettore, i sensi e i pensieri del personaggio in primis.

Il worldbuilding viene di solito associato alle opere fantastiche, ma la riflessione appena fatta vale per tutte le storie, anche quelle ambientate nel mondo reale. Se vuoi comunicare al lettore che l’ambientazione è fatta in un certo modo, che le persone vivono così invece di cosà, non ti intromettere nella vicenda che stai raccontando. Fai uno sforzo! Chiediti: come posso far capire indirettamente al lettore questa cosa o quella?

Le storie sono fatte di eventi. Anche quando non sembra niente, in realtà sta succedendo qualcosa. O almeno così dovrebbe essere. Lega i dettagli del worldbuilding ai sensi e ai pensieri del personaggio.

L’imbarcazione si avvicinò alla banchina. Si muoveva lentamente e i capi del villaggio potevano vedere le corde della nave immergersi tra le onde.

A proposito di cose che dovrebbero succedere: finalmente è successo qualcosa!

Ci hai fatto caso? Finora tutto ciò che abbiamo letto era un brano riassuntivo sull’ambientazione. Adesso però la storia sta prendendo vita: era l’ora!

Questo significa che il brano sia a posto? No, purtroppo no. Come prima ti segnalo un paio di problemi, giusto per darti un’idea delle cose a cui fare attenzione.

Primo problema: “lentamente”. Sì, lo so che lo dicono tutti, ma per sicurezza te lo ripeto. Evita gli avverbi formati col suffisso –mente e tutte le espressioni simili: “lentamente”, “con lentezza” e così via. Fallo tutte le volte che puoi: nel 90% dei casi (alcuni direbbero il 99%) non servono a niente, se non ad appesantire la storia.

Ci sono altri modi per trasmettere l’idea di lentezza. Che poi, se ci pensi, in questo caso non c’è nemmeno bisogno di specificarlo: c’è già scritto che l’imbarcazione si avvicina alla banchina. Sì, d’accordo, in teoria una barca può avvicinarsi a una banchina velocemente, ma perché dovrebbe farlo? In ogni caso la barca non sta viaggiando velocemente: se non hai letto il racconto, fra poco capirai il perché.

Passiamo al secondo problema, “potevano vedere”. Che c’è di male in questo pezzo? Anche se in modo meno evidente rispetto a una vera e propria intrusione del narratore, queste due parole allontanano il lettore dal tuo testo, ricordandogli che sta, appunto, leggendo un testo. Quando siamo saldamente connessi al personaggio non c’è bisogno di ricorrere ai verbi di senso, specificando che “vede”, “guarda”, “sente”, “avverte” e così via: basta mostrare il dettaglio in azione, in questo caso le corde della nave che si immergono nelle onde.

In quel punto l’acqua era abbastanza bassa da mostrare i servitori sibsig non morti che trascinavano la nave, mantenendo la testa a filo d’acqua.

La nave è trascinata da zombi che camminano nell’acqua: bellissimo, questa cosa mi piace un sacco. Bello anche il dettaglio di alcune delle teste che spuntano dall’acqua.

Ah, no, quella è la versione originale: per un qualche motivo “some of their heads partially above the waterline” è stato tradotto in maniera diversa. Peccato capitale? Forse no, ma non capisco per quale motivo il traduttore abbia voluto modificare l’immagine trasmessa dal testo originale (rendendola tra l’altro più generica).

Altro problema, questo presente invece anche nel testo di partenza: “sibsig non morti”. Espressione poco elegante, dato che i sibsig sono non morti. Così è scritto nella Guida per i Planeswalkers:

I Sultai controllano una imponente forza lavoro di instancabili non morti, conosciuti con il nome di sibsig, utilizzati per estrarre risorse dalle miniere, coltivare i campi e dragare mari e letti di fiume alla ricerca di cibo e ossa di drago. […] I corpi degli zombie sibsig vengono preservati grazie a una potente necromanzia, mentre il resto dell’esercito dei non morti è lasciato a marcire.

Ovviamente solo chi gioca a Magic o comunque conosce il mondo di Tarkir sa che i sibsig sono un particolare tipo di zombie; tutti gli altri lo ignoreranno. Questa comunque non è una scusa per scrivere col cucchiaio: ci sono altri modi per comunicare la condizione di non morte dei sibsig, a partire dal mostrare al lettore come sono fatti.

Come si dice in queste situazioni mostrare è meglio che spiegare, ma attenzione, il fatto che tu mostri qualcosa al posto di spiegarla non significa automaticamente che stai facendo le cose nel modo giusto. (Per semplicità, comunque, oggi ragioneremo su un non meglio specificato concetto di “mostrare”.)

Che fare, quindi? Come aiutare il lettore non esperto a capire che i sibsig sono non morti? Glielo dobbiamo suggerire con una serie di dettagli concreti che gli facciano pensare “Ah, okay, quei sibsig sono chiaramente zombie”. Qualche esempio di cose che puoi mostrare per spiegare-senza-spiegare il concetto:

  • La pelle decomposta
  • La bocca scarnificata
  • Un’orbita priva di occhio
  • Gli occhi lattiginosi
  • Le cavità nasali esposte
  • Ferite che mostrano le ossa sottostanti

Occhio: ovviamente devono essere dettagli visibili in quel momento. Nella scena (tecnicamente il brano che stiamo analizzando non è una scena, ma di questo magari te ne parlo un’altra volta) solo alcuni degli zombie affiorano con la testa dall’acqua, e nemmeno completamente, quindi ci può volere un po’ di tempo per trovare i dettagli giusti.

Nulla ti vieta naturalmente di sfruttare anche gli altri sensi, per esempio l’olfatto: cosa ricorda il fetore dei sibsig? Data la situazione, comunque, il senso che va sfruttato di più è la vista: gli zombie sono quasi tutti sott’acqua, piuttosto distanti, non è possibile annusarli, toccarli… leccarli?

No, Jonny, non leccare i sibsig!

Molti di loro erano stati una volta cittadini del villaggio in cui stavano ora tornando.

Di nuovo il cucchiaio: il narratore imbocca il lettore, non drammatizza (per dirla con Henry James) le informazioni che vuole trasmettergli. Il fatto che diversi dei sibsig stiano “tornando a casa” è un concetto interessante, perché può dar vita a situazioni drammatiche (non so, una madre che riconosce il figlio portato via dai Sultai tempo prima).

Spiattellato così, comunque, non è granché.

Uno dei capi più giovani vomitò sul bordo della banchina. Gli altri mantennero l’autocontrollo, forti dei precedenti incontri con i Sultai.

La prosa continua a essere generica, la storia a essere raccontata da una voce senza corpo.

Se vuoi rendere l’esperienza più vivida e avvolgente devi “spacchettare” le tue idee. Un giovane vomita, d’accordo: questa è l’idea, il pacchetto chiuso (o al massimo semiaperto). Si può fare di meglio. Cosa succede realmente? Apri il pacchetto, e magari troverai il giovane che fa una smorfia, viene scosso da un conato, si mette una mano davanti alla bocca e così via.

Questo significa che devi sempre descrivere in maniera “cinematografica”, compulsiva tutto ciò che succede, ogni singola volta, includendo in casi come questo anche i dettagli più rivoltanti? Sì e no. Il punto di vista è un argomento complesso e poco conosciuto anche dagli autori dei manuali. Quello che ti sto facendo io ora è un discorso più generale, sto approfittando del fatto che manca un personaggio-punto di vista: per il momento ricordati soltanto di non lasciare chiuso il “pacchetto”.

Andiamo avanti. In mancanza di un avatar, “Forti dei precedenti incontri con i Sultai” non può che essere un commento del narratore, che infila la testa nella storia per comunicare al lettore che sì, anche le altre persone sulla banchina si sentono a disagio di fronte alla scena, ma rispetto al loro compagno sono più abituati a vedere i non morti in azione.

In gran contrasto rispetto ai sibsig, l’imbarcazione era sfarzosa e rivestita in oro.

Questa è una cosa che magari potrebbe notare un personaggio. Il problema, ancora una volta, è che non siamo agganciati a nessuno: si tratta solo di un altro intervento del narratore.

A parte questo: dove starebbe il “gran contrasto” fra sibsig e imbarcazione? Nel fatto che i primi sono sott’acqua mentre la seconda galleggia? Scherzo: è chiaro che il contrasto si basa sulla miseria degli zombie e lo sfarzo della barca. Il problema è che uno dei due elementi messi a confronto è praticamente invisibile, si vede appena (ricorda: nella versione originale solo alcune delle teste affiorano dall’acqua, e nemmeno completamente). Come fai a fare il paragone? Diverso sarebbe stato, che ne so, se alcuni sibsig vestiti di stracci si fossero affacciati dal bordo rivestito d’oro della barca.

La prosa continua a essere generica: l’imbarcazione è sfarzosa, e quindi? Che cosa significa in termini concreti? “Rivestita in oro” va meglio, ma non è che aiuti granché: l’imbarcazione è completamente rivestita d’oro? Solo in parte? Dai un’occhiata all’illustrazione della carta Traversata Sfarzosa di Cynthia Sheppard, inserita all’interno del racconto:

La barca Sultai ha ornamenti dorati, sì, ma anche una polena a forma di testa di cobra (o di drago), lanterne splendenti e una sorta di cassero dalle pareti intagliate, collegato al ponte da scalinate curve. Insomma, i dettagli da cui prendere ispirazione non mancano!

Una brezza leggera portò alle genti sulla riva gli aromi delle essenze e delle spezie.

Buono il dettaglio della brezza e degli aromi. L’autore ha evitato di specificare che le genti sulla riva “sentirono” o “avvertirono” i vari odori: ottimo, così si fa! Resta però il problema che ti ho segnalato nelle righe precedenti: gli eventi della storia non passano attraverso le “maglie mentali” di nessuno in particolare.

Anche se non lo credo, non si può escludere che quella dell’autore sia stata una decisione ponderata. “Perché no?” potresti chiedermi. “Magari Matt Knicl ha scritto così perché era alla ricerca di un determinato effetto.”

Può darsi. Quello che posso dirti io è che, decisione consapevole o meno, iniziando così il racconto parte già con un malus: il lettore non è davvero coinvolto, non si trova davvero lì, in riva al fiume Marang, con la pelle appiccicosa di sudore e il cuore in gola mentre gli zombie si avvicinano.

Un gendarme umano Sultai abbassò la passerella per permettere ai capi di salire a bordo della nave e recarsi sottocoperta.

Anche questo passaggio contiene diversi spunti interessanti. Vediamone uno assieme prima di salutarci.

“Gendarme”: non ti suona un po’ strano? No, magari no, ma tieni a mente una cosa: il piano di Tarkir è ispirato all’Asia (varie regioni dell’Asia: Iran, Tibet, Cambogia, Mongolia…), a quanto si sa non ci sono terre ispirate all’Europa né tantomeno alla Francia. Non è insomma come in un altro mondo di Magic, Ixalan, in cui è presente sia un continente ispirato all’America Centrale sia uno che ricorda la Spagna e la Francia… I gendarmi, su Tarkir, non esistono.

Forse sto esagerando. L’autore ha pensato che quella fosse la parola migliore per comunicare il concetto che aveva in mente, o magari non ha avuto tempo per svolgere una ricerca più accurata: ci sta, non è la fine del mondo. Facciamo comunque un passo indietro, vediamo che c’è scritto nell’originale:

A human Sultai enforcer lowered the gangplank for the leaders to enter the ship and head belowdecks.

Matt Knicl ha scritto enforcer, non gendarme. “Gendarme” è una scelta del traduttore, che per un qualche motivo ha preferito questa parola a…

Eh, sì, in effetti la traduzione di enforcer non è proprio una questione banale. Come tradurre il termine in maniera meno “fastidiosa”? Consideriamo alcune alternative: esecutore, agente, sgherro… Non so, nessuna di queste parole mi fa impazzire. “Esecutore” suona troppo formale, “agente” è freddo. “Sgherro” va già meglio. Ecco la definizione che la Treccani dà della parola:

Nei tempi antichi, guardia armata al servizio di un privato, e, con sign. più generico, uomo d’armi senza scrupoli, violento e prepotente: […]

Considerando che questo enforcer è (presumibilmente) al servizio di Taigam e che i Sultai non sono proprio degli stinchi di santo, ci può stare. Un’altra possibilità potrebbe essere “Un Sultai abbassò la passerella”, senza specificare la sua specie (se il personaggio-punto di vista è umano non c’è bisogno di farlo).

Bene, per oggi ci fermiamo qui. Presto continueremo l’analisi con la seconda parte. Non sono ancora sicuro se la seconda parte sarà anche la conclusiva, o se ci sarà una terza parte: dipende da quanta roba scriverò.

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